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Le ricette astigiane di stagione
Agnolotti del plin
Gnocchi di patate alla monferrina
Gran Bollito misto piemontese
Fritto misto
Bagna cauda
Finanziera all'astigiana
Coniglio all'astigiana
Ciotola del trifulau
Tajarin monferrini con tartufo
Cardo gobbo di Nizza e fonduta
Sono piatti che nascono da una salda coscienza storica quelli che non dimenticano i “provini gastronomici” di Brillat-Savarin, il quale ricordava: “Intendiamo con provini gastronomici le vivande di un sapore riconosciuto e di un’eccellenza talmente indiscutibile che la sola loro apparizione deve commuovere, in un uomo equilibrato, tutte le sue potenze gustative; sicché tutti coloro nei quali, in questi casi, non si percepisse né il lampo del desiderio, né la radiosità dell’estasi, possono essere giustamente marcati come indegni degli onori della tavola e dei piaceri che vi sono connessi”. Quindi, la grande attenzione al ruolo del gusto e la ricerca di rinnovati piaceri per il palato sono le basi per la difesa delle tradizioni produttive, contro l’omologazione alimentare che porta alla monocultura, e per il presidio delle biodiversità che rischiano di sparire. In sostanza la gastronomia dei grandi piatti non deve essere oggetto di culto astratto e fine a se stesso ma una perfetta fusione tra territorio, cibo e cultura. “Le cucine regionali e locali – ha ricordato Giovanni Goria, massimo esperto di gastronomia piemontese, in una pubblicazione del 1988 – sono il patrimonio più bello, più vero, più ricco, più culturalmente identificante di ogni popolazione, così come lo è la lingua parlata o dialetto, la tradizione favolistica e narrativa, la poesia, i proverbi. Sorge questa cucina nella notte dei tempi, per tradizione familiare e orale, avendo come base di partenza e direttive di evoluzione e diversificazione non solo l’agricoltura e i prodotti spontanei del paese, gli animali allevati e catturabili, gli ortaggi, gli usi e gli strumenti di cottura, le erbe e i condimenti disponibili, i contatti con popolazioni viciniori oltre confine od oltre mare, ma ancora e soprattutto i gusti, le inclinazioni.
L’indole e le preferenze di quella popolazione. È questa ricchezza locale di modi di mangiare – non inventati a caso, ma determinati dalla Storia, prodotti dal costume e dalla cultura dei padri e più ancora delle madri – la sola che merita di essere salvata e perpetuata: modificata sì, adattata alle esigenze dei tempi, resa via via più attuale dalle invenzioni geniali dei cuochi e delle cuoche, ma sostanzialmente sempre se stessa, sempre autentica e sempre riconoscibile”. E sicuramente i grandi piatti della cucina astigiana e monferrina rispondono a quei principi ineludibili brillantemente enunciati dal filosofo-gourmet Tullio Gregory: “Per una cucina che voglia essere pacata celebrazione dei beni della tavola e del lavoro dell’uomo: il rispetto dei prodotti della natura, della tradizione e della storia (quindi anche delle grandi salse e delle lunghe e sapienti cotture), la ricchezza degli apparati e l’abbondanza delle vivande, la presentazione e la successione delle portate, la centralità del commensale: tutto per la piena soddisfazione dei convitati che non si esaurisce nello stupore, ma è la realizzazione di una passione vitale, dell’eros gastronomico”. Indubbiamente fanno parte dei grandi piatti sia il capunet – carne e salame cotto, uova e parmigiano come ripieno di foglie di cavolo sbollentate – sia il fricandò– salsiccia, carne di manzo e di pollo con gusti e verdure varie –, ottimi e splendidi ricordi di una cucina del territorio ma ormai desueti.
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