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COMUNE DI
ROCCAVERANO |
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Comune
di Roccaverano
Via Bruno, 18
Tel: 0144/93025
Site
Web:
Sindaco: Enrico Cirio
Abitanti: 526
Altitudine: 759 s.l.m.
Carabinieri: via Madonnina
Tel: 0144/93022 |
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http://www.comune.roccaverano.at.it
E-mail:comune.roccaverano@libero.it |
| CENNI
STORICI |
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Il
nome del paese - di cui si suppone esistesse
un nucleo
già in età romana - deriva dalla
vicina presenza del
torrente Ovrano, incassato nei
calanchi verso Mombaldone.
Rocha Uverani è detto nei
più antichi documenti, anche se nel X secolo
un diploma dell'imperatore
Ottone l, che concedeva il dominio
del luogo ad
Aleramo, riporta la dizione
Ruspaverano,
da cui si ottenne poi l'attuale Roccaverano.
Il paese si sviluppò come centro di notevole
importanza nell'ambito dei domini aleramici
di Bonifacio
del Vasto, che morendo divise la
Marca fra i suoi figli, determinando così
la frammentazione politica della Langa.
Il suo erede
Ottone I Del Carretto ebbe giurisdizione
sui luoghi di Castino, Bosia, Torre Borrnida,
Castelletto Uzzone, Vesime, Saleggio, Scaletta,
Bergolo, Pezzolo, Torre Uzzone, Gorrino,
Lodisio, Serole, Olmo, Perletto, Roccaverano,
Mombaldone, Denice, Ponti, Cortemilia, Bubbio,
Cassinasco, Borgomale, Monastero, Benevello,
Santa Giulia, Monchiero, Lequio, Novello
e Saliceto.
Nell'ambito di questo vasto dominio Roccaverano
non era certo il luogo di minor importanza
per la sua dislocazione strategica, al punto
che ben presto fece gola agli Astigiani,
alla continua ricerca di strade sicure per
i loro commerci con la costa ligure.
Nel 1209
Ottone Del Carretto e il figlio Ugo vennero
dunque a patti con il
Comune di Asti e dietro promessa
di investitura alienarono tutti i loro possessi
delle Langhe per 1000 lire genoine.
Fra le altre località era compresa
Rocha Vevrana. Asti annoverò dunque
Roccaverano tra i propri feudi, lo inserì
nel
Codex astensis al capitolo
XXXIX e quando, molto più tardi, il codice
fu trascritto, venne raffigurata in una
miniatura l'immagine del castello, con una
cortina merlata senza aperture che potrebbe
corrispondere al palazzo, addossata a una
torre cilindrica, molto simile a quella
tuttora visibile.
Come feudo astigiano il borgo rimase alla
famiglia
Del Carretto e fu assegnato a Enrico
III, fratello di Ugo, che probabilmente
vi elesse la sua residenza, sicché nel 1240
viene detto Signore di Roccaverano. Da Enrico
discesero Guglielmo (ricordato tra i fedeli
di Carlo d'Angiò nel 1269) e quel Bonifacio,
signore di Ponti, al quale si deve l'edificazione
del castello, come ricordava una lapide
letta dal Vergano e murata presso l'ingresso
della torre. Secondo questo documento nel
1204 (ma probabilmente la data va posticipata
di qualche decennio) "dominus
Bonifacio de Carreto" aveva
fatto costruire "boc castrum quod
vocatur Rocba Bianca", all'età
di 26 anni. Nel
1322 fu proprio un nipote di Bonifacio,
che portava lo stesso nome dell'avo, a donare
il feudo di Roccaverano, insieme con
Manfredo Del Carretto della linea
di Cairo, al marchese Manfredo IV di Saluzzo.
I Saluzzo, che non avevano interessi per
le Langhe, alienarono dopo alcuni anni il
paese, che nel
1337 fu da loro venduto a
Oddone, Giacomo, Matteo, Giovannone e Tomasino,
tutti figli di
Antonio Scarampi, insieme con i
feudi di Cortemilia, Vernetta, Castelmartini,
Bubbio e Santa Giulia.
Con tale imponente acquisto, del valore
di 110.000 franchi, gli
Scarampi divennero signori incontrastati
dell'intero territorio. La loro grande ricchezza
proveniva dall'attività bancaria che svolgevano
in Francia; già nel 1292 Filippo il Bello
concedeva loro di essere considerati borghesi
del luogo dove risiedevano, affrancandoli
dalle tasse ed esazioni cui erano soggetti,
e altri privilegi ottennero in seguito per
la loro attività alle fiere di Champagne.
La loro professione bancaria, ovviamente,
non era aliena dal ricorso all'usura, a
tal punto che il termine scaramps
divenne sinonimo di usuraio persino in qualche
documento ufficiale e, secondo uno statuto
fiammingo del secolo XIII, era da considerarsi
un'ingiuria. Dei figli di Antonio, Giacomo
portò il titolo di signore di Altare e di
Roccaverano, che fu mantenuto dai discendenti,
fino all'estinzione del ramo maschile, terminato
nel 1575 con Claudia Maria, figlia di Alessandro
e moglie di Bonifacio Valperga di Caluso.
Scarampi,
Valperga,
Scaglia
e Della
Rovere si divisero, non senza liti,
il feudo di Roccaverano all'inizio del Seicento.
Durante il secolo XVll il castello dovette
subire, per la sua posizione strategica,
occupazioni diverse da parte degli eserciti
che combattevano sul suolo piemontese. In
occasione della guerra di Monferrato venne
espugnato nel 1615 dagli
Spagnoli, comandati da don Luigi
di Cordova, dopo essere stato strenuamente
difeso dai Francesi che, alla resa, ottennero
l'onore delle armi. Nel 1633 venne messo
a sacco dalle milizie napoletane che erano
dirette in Alsazia e nel secolo successivo
subì altre due occupazioni, una francese
nel 1715 e una spagnola nel 1744.
Intanto
Carlo Emanuele II acquistò dai
Valperga marchesi dell'Olmo i diritti che
questi avevano su Roccaverano nel 1673 e
in seguito furono comprate dai Savoia anche
tutte le ragioni feudali superstiti degli
Scarampi, il che comportò per la popolazione
la rinuncia agli antichi diritti concessi
dai Del Carretto, compresa l'esenzione dai
dazi e dalle imposte per le merci. Di questo
remoto privilegio resta una documentazione
nell'analisi dei confini e dei territori
dei paesi della Langa Astigiana. Ogni Comune,
anche distante - ad esempio Loazzolo - ha
una striscia di territorio che si insinua
fino alla valle della Tatorba e tocca, magari
solo per pochi metri, il territorio Roccaverano,
in modo che le some e i carriaggi potessero
evitare la successione onerosa di posti
di blocco feudali con relative gabelle.
Persino il lontano Sessame aveva il suo
collegamento diretto, che fu oggetto di
scambio territoriale con Monastero nei primi
anni del Novecento. |
| TERRITORIO
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Il
paesaggio delle Langhe appare decisamente
diverso da quello delle medie elevazioni
collinari dell’Astigiano. Le colline
sono più aspre, solcate da larghe zone
a calanchi prodotte dalle acque. Il panorama
che si presenta è grandioso e pittoresco
e le creste si dispongono parallele, muovendosi
verso l’Appennino ligure, coperte
di boschi e colture. E’ come un
grande balcone circolare dal quale l’occhio
spazia dalla pianura padana al mare.
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| TESTIMONIANZE
D’ARTE |
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Dell'antico
castello oggi rimane una sola facciata,
dalla quale spunta imponente la poderosa
torre circolareIl muro rimasto non ha porte
d'ingresso, ma solo finestre, per la precisione
tre bifore archiacute con colonnina centrale,
sovrastate da cornice in pietra; inferiormente
si notano quattro feritoie che lasciano
trapelare l'uso soprattutto militare che
doveva avere. Recentemente è stata
realizzata, all'interno, una passerella
in legno che dà la possibilità
di affacciarsi alla Piazza antistante, con
un vero colpo d'occhio.
La torre è alta quasi 30 metri ed
ha una circonferenza di circa 27 metri.
Lo spessore del muro, alla base, supera
i due metri. La sommità è
adornata da tre ordini di archetti pensili
sorretti da mensoline, ed ogni ordine è
sormontato da un motivo ornamentale a denti
di sega. La torre presenta una apertura
di accesso a circa sette metri di altezza.
Si pensa che comunicasse con il secondo
piano del vicino palazzo tramite una galleria
a volta. Il materiale usato per la costruzione
è l'arenaria, squadrata in blocchi
regolari, disposti con ordine in file orizzontali.
L'altezza e la solidità di questa
torre dovevano rappresentare sia un punto
di riferimento per le colline vicine, sia
un mezzo di difesa verso le incursioni dei
vari invasori, dai quali, in molti casi,
si fuggiva tramite gallerie sotterranee.
All'interno del muro superstite del Castello,
tutto attorno la torre circolare, si estende
una parte del Parco della Famiglia Brofferio,
donato al Comune negli anni '50.
Oggi questo parco è molto gradito
ai turisti, soprattutto nella stagione estiva.
E' un'area attrezzata, con panchine, tavoli,
giochi per bambini e .... molto fresco!
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| UN
PRODOTTO: LA ROBIOLA |
Un'anima
divisa, questo è il Piemonte. Non che
ne soffra. Infatti la regione dell'estremo
nord-est italiano sembra godere della
propria molteplice identità: le curatissime
colline ricoperte di vigneti che dalle
langhe si estendono fino ai confini occidentali
di Torino ne sono un esempio.
Il nome della regione evoca alcuni dei
più prestigiosi vini italiani: Barolo
e Barbaresco prima ed anzitutto, ma anche
Dolcetto, Nebbiolo, Barbera. Per non parlare
dei tartufi bianchi di Alba ed alcune
seducenti opportunità di turismo enogastronomico.
Però molte persone si lasciano scappare
la regione meridionale delle langhe che,
racchiude alcune stupende, inesplorate
terre di caratteristici tesori gastronomici.
Fra questi emerge la cremosa, compatta,
vellutata robiola dalla magnifica fragranza
fatta con latte crudo delle capre allevate
sulle colline che circondano il paese
di Roccaverano, abbarbicato ad 800 m.
su un mare di colline terrazzate.
Fra le formaggette esiste una straordinaria
varietà di sottili sapori che derivano
dalle differenze di stagioni, terreno,
altitudine, esposizione e vegetazione
anche all'interno di una ristretta area
geografica.
Della robiola di Roccaverano si fa menzione
nelle cronache fin dall'anno 1000, sebbene
le sue origini coincidano con l'insediamento,
molto più antico, dei celti liguri.
Fino ai tempi recenti, il terreno calcareo,
l'isolamento di Roccaverano e l'alta Valle
Bormida, avevano potuto garantire una
produzione agricola appena superiore a
livello di sussistenza per la sua popolazione
di piccoli fattori. L'unica fonte di latte
erano le capre, che non necessitavano
di ricchi pascoli.
Oggi che le gastronomie e i loro clienti
nel nord Italia, Francia e Svizzera, hanno
assaggiato questi formaggi, la richiesta
ha cominciato a crescere e la produzione
della robiola ha cominciato ad attrarre
i giovani.
Vittorio Emanuele II di Savoia, il re
che ha sovrinteso all'Unità d'Italia nel
1861, amava cacciare in queste regioni
meridionali delle langhe, ma soprattutto
sua altezza amava fare sosta presso le
fattorie per mangiare coi contadini. In
queste terre, dove convivono civiltà e
natura selvaggia, dove non si richiede
la presenza umana se non nella giusta
misura, nessuno se ne meravigliava.
Le Caratteristiche.
La Robiola di Roccaverano è un formaggio
da tavola a pasta fresca, tenera, compatta,
che può essere consumato fresco o leggermente
maturo, di forma cilindrica con facce
piane leggermente orlate, diametro variabile
da 10 a 14 centimetri e altezza di 4-5
centimetri, con leggere variazioni in
rapporto alle condizioni termiche di produzione.
Una recente variazione del disciplinare
consente di produrla in tutti i Comuni
delle Comunità Montane Langa Astigiana
Valle Bormida e Alta Valle Orba, Erro
e Bormida di Spigno e soprattutto stabilisce
che si attui una netta distinzione tra
la robiola "classica", prodotta
con puro latte caprino o con piccole percentuali
di latte ovino, e quella frutto della
commistione di latte caprino e vaccino.
La Robiola
di Roccaverano oggi è un
prodotto finalmente tutelato (mentre prima
un disciplinare lassista consentiva una
percentuale eccessiva di latte vaccino
che snatura le caratteristiche peculiari
del formaggio), che riesce a spuntare
prezzi interessanti, prodotto da una sessantina
di piccole aziende (e da un numero imprecisato
di contadini per il consumo diretto) che
ha conquistato un posto sul mercato della
qualità anche al di fuori del Basso Piemonte.
La peculiarità di questo formaggio è data
innanzitutto dal latte, ricco di aromi
e sapori di erbe, timo, serpillo, rovi,
fortemente caratterizzato a seconda del
tipo del pascolo. Si può parlare di veri
e propri cru della robiola e
una ricerca condotta dalle due Comunità
Montane e da Slow Food sta raccogliendo
i dati per arrivare alla pubblicazione
di una mappa dei cru . La
Produzione.
La lavorazione è strettamente tradizionale,
eseguita in piccoli caseifici a gestione
familiare (la media di capi per azienda
è una ventina, con punte di 70-80, e il
numero scende sensibilmente se si considerano
solo i capi della razza
autoctona Roccaverano); tradizionalmente
si impegna il latte crudo, che garantisce
migliori caratteristiche organolettiche.
Il latte viene portato alla temperatura
di 18 gradi e trattato con caglio liquido
naturale, quindi lo si lascia riposare
per 24 ore e lo si ripone in mescere di
plastica dove rimane per un'altra giornata.
Effettuata la salatura con sale fino,
si lascia il formaggio a maturare per
tre giorni a temperatura tra 15 e 20 gradi,
oppure lo si stagiona fino a 20 giorni,
soprattutto nel caso della produzione
caprina destinata al consumo familiare.
A volte la robiola è conservata sott'olio
condita con erbe di vario tipo e, se lasciata
seccare, può essere un buon formaggio
da grattugia. Raggiunge il peso medio
di 400 grammi per le forme più grandi
e di circa 200 per quelle di dimensioni
più ridotte; si presenta all'esterno di
colore bianco latte; la crosta è inesistente,
a volte è sostituita da una crema con
riflessi rosati e paglierini; la pasta,
finemente granulosa, ha il sapore delicato
e tipico, leggermente acidulo. Non si
utilizzano pigmenti coloranti o aromi
e la percentuale di grasso sulla sostanza
secca è del 45% minimo.
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