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COMUNE DI
MONASTERO BORMIDA |
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Comune
di Monastero Bormida
P.zza Castello1
Tel. 0141/88012
Sindaco: Luigi Gallareto
Abitanti: 970
Altitudine: 192 s.l.m.
Carabinieri: Bubbio
Tel. 0144/8103 |
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| E-mail:
monastero.bormida@tiscalinet.it
Web Site: www.comune.monastero.at.it |
| CENNI
STORICI |
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Monastero - il
nome lo lascia intuire - fu fondato da un
gruppo di monaci benedettini che, intorno
al 1050 circa, vennero da San Benigno Canavese
(abbazia di Fruttuaria) chiamati da Aleramo
marchese del Monferrato per dissodare e
seminare le terre devastate dalle invasioni
di Saraceni. Il castello attuale corrisponde
appunto al sito dell'originario monastero,
di cui restano soltanto la torre campanaria
e pochi tratti murari, in particolare quelli
prospicienti la piazza della torre. Con
tutta probabilità esisteva una precedente
fondazione monastica longobarda, testimoniata
dal culto di Santa Giulia (la cui devozione
fu diffusa nell'Italia settentrionale proprio
dai Longobardi) che ancora oggi è patrona
del paese e a cui è dedicata la parrocchiale
settecentesca, e da alcuni toponimi longobardi
come Braia, che significa regione
posta nelle vicinanze di un fiume.
I Saraceni, provenienti dalla loro base
provenzale di Frassineto - presso SaintTropez
- scesero in Piemonte attraverso le Alpi
e dopo aver distrutto il monastero di San
Dalmazzo di Pedona - l'odierno Borgo San
Dalmazzo - e quello di San Pietro di Ferrania,
misero a ferro e fuoco il contado di Bubbio
e giunsero fin sotto le mura di Acqui, dove
furono sconfitti nel secolo IX. Nasceva
così la divisione del Basso Piemonte in
tre Marche (Aleramica, Arduinica, Obertenga),
con a capo un Marchese. Monastero fu compreso
nella Marca di Aleramo, i cui successori
si trovarono a governare un ampio territorio
completamente saccheggiato: tutta la valle
Bormida è definita dai documenti dell'epoca
come deserta loea o Marchesato
del Vasto, cioè della terra devastata.
Fu allora che nacque l'idea di chiamare
i monaci, affinché prendessero il posto
delle vecchie mansiones romane,
specie di grandi latifondi con una
villa, cioè una casa colonica, e una
cappella divenuta poi pieve perché vi si
riuniva la plebe, il popolo. I
monaci edificarono la torre campanaria,
la chiesa (che sorgeva dove ora c'è l'arco
di congiungi mento al castello), il monastero,
il ponte. Poi, nel 1393, dopo che l'abate
Alberto dei Guttuari concesse ampi privilegi
e immunità a tutta la popolazione, i Benedettini
abbandonarono il paese e si stanziarono
nel monastero di San Bartolomeo di Azzano
d'Asti.Da questo momento inizia anche per
il Monastero di Santa Giulia - così venne
chiamato il paese fino al XVIlI secolo -
la storia feudale, con l'investitura fatta
dal papa Bonifacio IX ad Antonio e Galeotto
Del Carretto, poi confermata e resa perpetua
nel 1405 da papa Innocenzo VII. I Del Carretto,
così come i Della Rovere succeduti a partire
dal 1484 per volere di Sisto IV e poi riconosciuti
anche dalla casa di Monferrato nel 1589,
si preoccuparono sempre di mantenere alla
popolazione le immunità e i diritti che
avevano acquisito in tempo antico, come
confermano anche gli Statuti concessi dal
duca Carlo Il Gonzaga di Mantova e Monferrato
nel 1664, che ripropongono le leggi e i
divieti di una più antica stesura medioevale,
già confermata una volta nel 1596 dal Senato
di Casale.
Nel 1620 il duca Ferdinando concedette il
mercato due volte la settimana, usanza che
verrà ribadita anche nel 1696, pur in un
periodo di torbidi e di guerre, a conferma
della vocazione commerciale del paese. Sempre
nel XVII secolo si stanziò una comunità
di Agostiniani, sostituita poi dai Cappuccini,
che costruirono il convento di San Pietro
extra muros, tuttotuttora visibile
nelle sue strutture principali (chiostri,
pianta) anche se la chiesa è stata sostituita
da una abitazione.
Nei primi anni del secolo XVII, Carlo Emanuele
di Savoia, con 8000 fanti e 10.000 cavalieri,
recandosi a Cortemilia, assediata dagli
Spagnoli, devastò il territorio di Monastero;
ancora più rischioso fu il passaggio, pochi
anni dopo, del duca Vittorio Amedeo, sempre
in lotta con la Spagna. Ecco il resoconto
dello storico ottocentesco Goffredo Casalis:
«Nel quinto lustro dello stesso
secolo il duca Vittorio Amedeo avviossi
per la valle di Spigno alla città di Savona:
appena s'impadronì del castello di Cairo,
ricevette l'annuncio che il Duca di Feria,
governator di Milano, uscito di Alessandria
con 25.000 fanti e 4000 cavalli erasi incamminato
verso Acqui: il Duca per non impegnarsi
in quella valle a risolvette di tornarsene
indietro con Maresciallo di Crequì fino
a Spigno, dove col duca Carlo Emanuele suo
genitore trovavasi il contestabile Diguières:
ivi fatto certo che Acqui erasi arreso agli
Spagnoli, e che il nemico, col sorprendere
Nizza della Paglia, disegnava di tagliargli
la strada d'Asti, diè ordine alle sue truppe
che muovessero celermente a Canelli, e condusse
egli medesimo il vanguardo; ma vedendosi
costretto ad una mossa più lenta per poter
far forza al nemico che lo inseguiva, si
accampò all'appressarsi della notte, nella
piccola valle, ove sta Monastero, non lunge
che un tiro di moschetto, dal sito, ove
erasi appostato l'esercito del Duca di Feria;
ma considerata la situazione in cui si trovava,
veduta inoltre la difficoltà di salvare
i suoi cannoni in passaggi cotanto malagevoli,
e fatto certo che il nemico vieppiù s'ingrossava,
pensò di trattenerlo con assidue scaramucce;
e mercé di altri stratagemmi diè tempo al
principe Tommaso suo fratello di trovarsi
personalmente ad assicurare la strada; e
si fu allora che i nemici uniti agli abitanti
di Bistagno, e di altri luoghi vicini, non
consci della mossa del principe Tommaso,
in sulla mezza notte assaltarono da ogni
parte il : campo del duca di Savoia; ma
lo trovarono così bene munito e difeso con
tanto valore, che il loro assalimento riuscì
quasi vano; e frattanto il Duca allo spuntare
dell'alba poté farsi libero il passaggio,
ed irsene con le sue truppe a Canelli».
A metà del XIX secolo il feudo
fu concesso da casa Savoia ancora ai Della
Rovere, mentre alla fine del secolo il castello
fu acquistato dalla famiglia Polieri di
Genova, che lo vendette poi al Comune. |
| TERRITORIO-ECONOMIA |
«Monastero
- da Monesté - la singolare terra
posta fra il Monferrato e le Langhe, che tiene
il castello in basso ed il borgo in alto alla
viceversa di tutte l'altre vicine: ma il castello
a primo primis era un monastero, e la torre
un campanile, e quel casone lassù lo chiamavan
tuttora "il convento", e su per
la Tatorba certe macerie tra i rovi sono gli
avanzi - dicono - di un ritiro di donne e
nel sangue della gente qualcosa n'è rimasto».
Ecco la terra di Augusto Monti, con tutti
i luoghi, le case e i discendenti delle persone
che animano le pagine dei suoi Sanssossì.
Monastero dalla grande piazza un po' metafisica
con il suo arco unico in Piemonte a collegare
la torre campanaria isolata al corpo del castello,
Monastero dal ponte di pietra che ha resistito
a otto secoli di alluvioni, Monastero di vicoli
e carrugi oggi quasi disabitati
e un tempo fulcro della vita commerciale di
questo paese di mercanti e di artigiani che
annovera ancora il più importante mercato
settimanale della Langa Astigiana.
L'identità di fondo che lega e unisce gli
abitanti è proprio l'appartenenza a quel castello
dalle cento stanze, innumerevoli volte restaurato
in oltre mille anni di storia, rattoppato
e abbellito, rovinato a volte ma pur sempre
salvato da danni peggiori, ancora oggi centro
pulsante della vita pubblica, con gli uffici
comunali, l'ambulatorio della guardia medica,
la sede della Croce Rossa, il salone per le
feste della Pro Loco.
Il castello-abbazia che rassicurò i contadini
delle campagne e li spinse ad abbandonare
la plebs di San Desiderio per costruire
le loro case all'ombra della sua mole è la
ragione stessa dell'esistenza del paese.
E poi la grande piazza, che del castello è
stata il giardino e di cui costituisce ancora
la naturale prosecuzione.
La piazza del mercato, il sagrato dove ci
si ferma all'uscita di Messa, lo scenografico
teatro in cui si svolge il rito laico del
Polentone mentre nelle vie tutt'attorno si
snoda una delle più imponenti rassegne di
antichi mestieri del Piemonte; bisogna vivere
questi momenti, questi spazi e questi luoghi
per entrare in simbiosi con il paese, con
la sua storia, con le sue millenarie tradizioni. |
| PERSONAGGI |
Augusto Monti
Il "professore" per antonomasia
nasce a Monastero Bormida (allora in provincia
di Cuneo , oggi ad Asti ) , terra di langa
al confine con l'Appennino ligure ed il
Monferrato, nel 1881. Due anni dopo, in
seguito alla morte della madre e a causa
delle precarie condizioni economiche,
tutta la famiglia si trasferisce a Torino,
dove il padre aveva già vissuto in giovinezza.
Nel 1904, compiuti gli studi classici,
Augusto Monti si laurea in lettere e dopo
una breve esperienza nell'istituto tecnico
"Pacchiotti" di Giaveno, comincia
ad inse gnare nei ginnasi e nei licei
di tutta Italia Bosa, Chieri, Reggio Calabria,
Sondrio.
Profondamente impegnato nella battaglia
per il rinnovamento della società italiana,
incontra personaggi quali Giustino Fortunato,
Gaetano Salvemini, Giuseppe Lombardo Radice
e collabora alle riviste più importanti
dell'epoca( "La voce", "Nuovi
doveri", "Unità") scrivendo
articoli di argomento didattico educativo.
Con la coerenza che fin dall' inizio ne
contraddistingue la personalità, partecipa
volontario alla Grande Guerra; fatto prigioniero
dagli Austriaci, trascorre due anni nei
campi di Mauthausen e di Theresienstadt.
Alla fine del conflitto, torna immediatamente
in cattedra e nel gennaio del 1919 ottiene
il trasferimento a Brescia.
Giunge infine a Torino nel 1924, professore
di italiano e latino presso il liceo classico
Massimo D'Azeglio, dove insegnano tra
gli altri Umberto Cosmo e Zino Zini; qui
, fino alla metà degli anni trenta diventa
il maestro di una straordinaria generazione
di allievi quali Cesare Pavese, Massimo
Mila, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg,
Salvatore Luna, Giancarlo Pajetta, Franco
Antonicelli, Vittorio Foa, Tullio Pinelli.
In questo periodo stringe un'intensa amicizia
con Piero Gobetti ( "l'allievo che
si fa maestro.."), che nel 1923 gli
pubblica il primo libro, "Scuola
classica e vita moderna"; nel frattempo,
inizia a collaborare a "Rivoluzione
liberale", al "Corriere della
sera" ed al "Baretti",
collaborazioni che cessano una dopo l'altro
con l'avvento del fascismo.
Nel tempo libero che gli lascia la scuola
scrive intanto il suo capolavoro, "La
storia di papà", saga familiare e
dell'italia Risorgimentale, che dopo una
prima edizione uscita in tre parti dall'editore
milanese Ceschina tra il 1928 e il 1935,
sarà pubblicata da Einaudi nel 1947 con
il titolo "Tradimento e fedeltà",
per diventare poi definitivamente quindici
anni più tardi "I Sansossi"
(Gli Spensierati). Intanto, nel 1936,
viene arrestato e condannato dal Tribunale
Speciale a cinque anni di carcere; rifiutatosi
di firmare la domanda di grazia che gli
avrebbe valso l'immediata scarcerazione,
trascorre tre anni nei penitenziari di
" Regina Coeli" e Civitavecchia.
Nel 1939, in seguito all'amnistia generale,
viene liberato e torna a Torino; qualche
tempo dopo, però, è costretto a lasciare
la città ed a rifu giarsi in campagna
a causa delle perquisizioni intimidatorie
cui viene sotto posto in più occasioni.
Nel secondo dopoguerra si dedica a tempo
pieno all'attività di scrittore e opinionista,
collaborando alle pagine torinesi del
quotidiano "l'Unità".
Pubblica ancora due romanzi, "Ragazza
1924"e "Vietato pentirsi",
e la sua autobiografia di professore ,
"I miei conti con la scuola",
che in forma di bilancio traccia il quadro
di un secolo di scuola italiana.
Muore , ottantacinquenne, a Roma nel 1966.
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